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Servo di Dio Padre Daniele Badiali

“Io ero un ragazzo che fino a dodici, tredici anni viveva tranquillamente in parrocchia qui a Ronco, vivevo con altri ragazzi, però vivevo una vita normale, tranquilla. Un bel giorno ho incontrato alcuni ragazzi che lavoravano per i più poveri. Mi hanno fatto conoscere delle realtà che io non avevo mai immaginato fino ad ora. Non pensavo che al mondo ci potesse essere gente che moriva di fame, io che non ero mai stato abituato a soffrire della mancanza di niente, i miei genitori mi avevano sempre dato tutto perché mi volevano bene. Questi ragazzi mi hanno fatto vedere che c’era gente che stava male e allora ho incominciato a chiedermi: che cosa sono io? Perché io devo stare bene e tanti altri stanno male? Ho incominciato a farmi domande serie, sul perché io stavo bene e altri stavano male, ecco allora come nascono le cose, da ciò che capita attorno a noi, uno si fa delle domande serie perché sarà così.”


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Servo di Dio padre Daniele Badiali

Gli ultimi giorni

Il 10 marzo 1997 inizia a San Luis, nella sua parrocchia, la preparazione alla Prima Comunione con 500 bambini. Trascorre tutto il giorno insieme a loro in chiesa, pregando e cantando, raccontando loro la vita di Gesù e giocando nei momenti di svago. La preparazione sarebbe durata due settimane fino al giovedì santo, giorno in cui ogni bambino avrebbe ricevuto Gesù nel proprio cuore. P. Daniele è molto preoccupato di trasmettere ai bambini il desiderio di un Padre buono, soffre nel non vederli attenti e devoti, teme per la loro anima e per la sua. Desidera lasciare ai suoi bambini un segno grande che li faccia innamorare di Gesù. Prega tanto la Madonna, quella dal lungo manto, dove ripararsi e trovare consolazione… Ha da poco scritto uno dei canti più belli: “Mami de Dios, mami perdon, ten compasion…”

  1. Daniele aspetta il rientro di p. Ugo e p. Giorgio dall’Italia: da mesi sostiene un ruolo per il quale si sente incapace, vuole mettersi da parte.

“Mi ritrovo incapace di abbandonarmi, di lasciare a Dio condurre ogni cosa: anche se mi sembra di giocare tutto, mi ritrovo che ancora devo scommettere a favore di Dio. Essere servi inutili è davvero chiamare il padrone, lasciargli in mano ogni cosa, non voler condurre nulla. Essere servi di Gesù è davvero invocarlo con le sue stesse armi: la bontà, il perdono, l’abbandono, la pazienza, un sorriso… il morire”.

Il 16 marzo, dopo aver celebrato la messa domenicale a San Luis e a Pomallucay, si reca a Yauya, per la celebrazione serale. Di ritorno, con altre sei persone a bordo della jeep, intorno alle 22, si trova improvvisamente la strada bloccata da pietre. Daniele intuisce immediatamente che si tratta di qualcosa di grave. Compare un bandito armato che cerca un italiano in ostaggio. Rosamaria scende. P. Daniele subito si fa avanti scostandola e dicendo:

“Vado io, tu rimani”.

Ha già letto il biglietto consegnatogli dal bandito con la richiesta di riscatto che scade il 25 marzo, giorno del rientro di p. Ugo dall’Italia. P. Daniele viene allontanato, mentre il bandito minaccia con due spari tutti gli altri passeggeri e incita l’autista della jeep a ripartire.

Il corpo di Daniele viene ritrovato il giorno 18 marzo in località Acorma, luogo poco distante da San Luis, in una scarpata piena di pietre, avvolto in un telo di nylon azzurro, con le mani legate dietro la schiena, ucciso da un colpo di pistola alla nuca.

  1. Daniele è vegliato tutta la notte ad Acorma, attorno alle pietre bagnate dal suo sangue, dalla popolazione e dai volontari dell’OMG. È accompagnato e vegliato in preghiera da San Luis a Chacas, fino a Lima.

Il 23 marzo la salma rientra in Italia e viene vegliata per tutta la notte e la mattina successiva. Il pomeriggio del lunedì 24 marzo avviene il rito funebre nella cattedrale di Faenza con la partecipazione di moltissima gente. La salma è tumulata presso il cimitero di Ronco di Faenza nella tomba di famiglia.

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“Io ero un ragazzo che fino a dodici, tredici anni viveva tranquillamente in parrocchia qui a Ronco, vivevo con altri ragazzi, però vivevo una vita normale, tranquilla. Un bel giorno ho incontrato alcuni ragazzi che lavoravano per i più poveri. Mi hanno fatto conoscere delle realtà che io non avevo mai immaginato fino ad ora. Non pensavo che al mondo ci potesse essere gente che moriva di fame, io che non ero mai stato abituato a soffrire della mancanza di niente, i miei genitori mi avevano sempre dato tutto perché mi volevano bene. Questi ragazzi mi hanno fatto vedere che c’era gente che stava male e allora ho incominciato a chiedermi: che cosa sono io? Perché io devo stare bene e tanti altri stanno male? Ho incominciato a farmi domande serie, sul perché io stavo bene e altri stavano male, ecco allora come nascono le cose, da ciò che capita attorno a noi, uno si fa delle domande serie perché sarà così.”


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Il 10 marzo 1997 inizia a San Luis, nella sua parrocchia, la preparazione alla Prima Comunione con 500 bambini. Trascorre tutto il giorno insieme a loro in chiesa, pregando e cantando, raccontando loro la vita di Gesù e giocando nei momenti di svago. La preparazione sarebbe durata due settimane fino al giovedì santo, giorno in cui ogni bambino avrebbe ricevuto Gesù nel proprio cuore. P. Daniele è molto preoccupato di trasmettere ai bambini il desiderio di un Padre buono, soffre nel non vederli attenti e devoti, teme per la loro anima e per la sua. Desidera lasciare ai suoi bambini un segno grande che li faccia innamorare di Gesù. Prega tanto la Madonna, quella dal lungo manto, dove ripararsi e trovare consolazione… Ha da poco scritto uno dei canti più belli: “Mami de Dios, mami perdon, ten compasion…”

  1. Daniele aspetta il rientro di p. Ugo e p. Giorgio dall’Italia: da mesi sostiene un ruolo per il quale si sente incapace, vuole mettersi da parte.

“Mi ritrovo incapace di abbandonarmi, di lasciare a Dio condurre ogni cosa: anche se mi sembra di giocare tutto, mi ritrovo che ancora devo scommettere a favore di Dio. Essere servi inutili è davvero chiamare il padrone, lasciargli in mano ogni cosa, non voler condurre nulla. Essere servi di Gesù è davvero invocarlo con le sue stesse armi: la bontà, il perdono, l’abbandono, la pazienza, un sorriso… il morire”.

Il 16 marzo, dopo aver celebrato la messa domenicale a San Luis e a Pomallucay, si reca a Yauya, per la celebrazione serale. Di ritorno, con altre sei persone a bordo della jeep, intorno alle 22, si trova improvvisamente la strada bloccata da pietre. Daniele intuisce immediatamente che si tratta di qualcosa di grave. Compare un bandito armato che cerca un italiano in ostaggio. Rosamaria scende. P. Daniele subito si fa avanti scostandola e dicendo:

“Vado io, tu rimani”.

Ha già letto il biglietto consegnatogli dal bandito con la richiesta di riscatto che scade il 25 marzo, giorno del rientro di p. Ugo dall’Italia. P. Daniele viene allontanato, mentre il bandito minaccia con due spari tutti gli altri passeggeri e incita l’autista della jeep a ripartire.

Il corpo di Daniele viene ritrovato il giorno 18 marzo in località Acorma, luogo poco distante da San Luis, in una scarpata piena di pietre, avvolto in un telo di nylon azzurro, con le mani legate dietro la schiena, ucciso da un colpo di pistola alla nuca.

  1. Daniele è vegliato tutta la notte ad Acorma, attorno alle pietre bagnate dal suo sangue, dalla popolazione e dai volontari dell’OMG. È accompagnato e vegliato in preghiera da San Luis a Chacas, fino a Lima.

Il 23 marzo la salma rientra in Italia e viene vegliata per tutta la notte e la mattina successiva. Il pomeriggio del lunedì 24 marzo avviene il rito funebre nella cattedrale di Faenza con la partecipazione di moltissima gente. La salma è tumulata presso il cimitero di Ronco di Faenza nella tomba di famiglia.


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